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Medicina e Morale, 5 (1997), pp. 857 - 859


Angelo Fiori, I graffiti e l'allocazione delle risorse
 

Si potrà certamente ritenere temerario l'accostamento tra i graffiti che hanno invaso ogni città ed ogni borgo, e il grande problema dell'allocazione delle risorse sempre più limitate quanto invece necessarie alla sanità ed alla ricerca biomedica per non dire della previdenza. Ma nella globalizzazione dei problemi del nostro tempo - nazionale prima ancora che internazionale - il principio dei vasi comunicanti domina ormai imponendo analisi, scelte e decisioni spesso dolorose di togliere a molti per dare ad altri attraverso la difficile strada delle priorità. Si parla continuamente, ed a ragione, di sprechi, di ruberie, di inefficienze e si propongono tagli, ridimensionamenti, rinunce. La sanità è sul banco degli imputati per i suoi costi. E la ricerca biomedica - che in Italia soffre di scarsi finanziamenti, di abbandoni delusi - oggi assiste impaurita, sconfortata, scettica e sospettosa, ad altri giri di vite.

Sono invece in piena espansione i graffiti, malattia che, sporadica dai tempi antichi, oggi è ormai endemica e diffusa. E che ha avuto il suo esordio negli anni di piombo, conoscendo poi un periodo di relativa quiescienza, per riesplodere negli ultimi tempi con una virulenza allarmante che non ha paragone in altri Paesi europei. Rarefatte le scritte delle fazioni sessantottine ora prevalgono le manifestazioni cliniche di geroglifici che coprono ogni superficie aggredibile delle città, dei paesi, dei borghi, di ogni piccola frazione ed intendono essere il marchio personalizzato, la "griffe" di ognuno dei loro autori. Non c'è palazzo, umile casa, chiesa, monumento, insegna stradale o pubblicitaria, furgone, autobus, cassonetto, serranda, vetrina, corrimano, vagone ferroviario, metropolitana e quant'altro si offra inerme, che sfugga a questo triste destino. La vicinanza delle scuole non è oggi indicata da una insegna che induca rispetto e rimpianto, ma dall'infittirsi dei graffiti, dalla loro insolenza, dalla loro protervia.

 Quanto costa in denaro tutto ciò? Quante sono le risorse bruciate senza alcuna giustificazione né umana né sociale? È assai difficile valutarlo. Ma qualche tentativo di calcolo è stato fatto per singole città e la proiezione all'intero Paese produce cifre impressionanti, forse pure in difetto. Se si calcola che soltanto a Milano una pulizia globale ed i relativi restauri potrebbero costare più di duecento miliardi, non è difficile, ci sembra, moltiplicare la cifra per venti o per trenta e calcolare migliaia di miliardi. Ma se davvero queste immani cifre fossero spese, sarebbero comunque buttate al vento, visti i risultati dei pochi tentativi di porvi rimedio: in pochi giorni le superfici, spesso sommariamente ed infelicemente pulite, si riempiono di altre scritte, che richiedono, anzi richiederebbero, altrettante spese.

Ma è davvero solo questo il puro costo economico del saccheggio dell'ambiente? Tralasciamo le spese sostenute dagli stessi imbrattatori (cioè dalle loro famiglie) - considerando che ogni bomboletta ha costi che superano spesso le diecimila lire - e consideriamo invece il costo economico del degrado ambientale, dei suoi effetti negativi sul turismo nazionale ed internazionale. Si converrà che gli effetti economici negativi indotti aumentano il danno in modo quasi geometrico anche se non sono calcolabili neppure per approssimazione.

Ecco dunque un esempio di dissipazione delle risorse, valutabile in migliaia di miliardi, che avviene per pura debolezza della società, senza alcuno degli alibi che si possono invocare per altri sprechi sui quali, almeno, si possono dare giustificazioni umane e non di rado anche etiche. È giusto che da questo incredibile varco della spesa collettiva, da questo moltiplicarsi di reati di danneggiamento sistematicamente impuniti, da questo impensabile vaso comunicante, debbano essere aspirate risorse che sarebbero benedette nella sanità dei DRG e dei farmaci costosi, nella ricerca biomedica mutilata?

Eppure il mondo politico, che solo di recente sembra avere un lieve sussulto, ha sempre lasciato e lascia correre. E vi sono addirittura non pochi salottieri, e qualche giudice, che esaltano queste devastazioni come opere creative. Ben pochi, forse nessuno, si badi, vede all'opera gli untori perché escono furtivi nella notte a violare le superfici inermi, e non si fanno vedere: perché sono sicuramente coscienti di compiere un'opera insana. Non mancano gli imitatori nelle aule universitarie, e gli autori saranno un giorno medici, ingegneri, avvocati, chimici e così via, cui la società consegnerà piena di fiducia e speranza il frutto del lavoro, del sacrificio e delle rinunce dei tanti.

La densità delle scritte nelle scuole e nei loro pressi ci induce a riflettere sul possibile significato di questo delirante fenomeno, che colpisce gli adolescenti (ma non mancano gli adulti) e che esperti sociologi e psicologi forse saranno in grado di spiegarci. Ma che di certo non trova, nelle nostre città, le motivazioni umane che altrove emergono nei ghetti diseredati. Da noi è una moda diffusa anche nel mondo borghese: un segno, comunque, di rifiuto, di insicurezza, di disinteresse per i luoghi della propria vita e per il danno economico, ma ancor più psichico, che si infligge agli altri, per le risorse sottratte a chi ne avrebbe bisogno. Forse sembrerà eccessivo, ma proprio la gratuità di questo vandalismo epocale appare la spia di uno smarrimento etico desolante e di un angoscioso egoismo. Così si bruciano, insieme alle risorse economiche, anche valori e sentimenti, primo fra tutti il rispetto degli altri e dell'ambiente.

 Angelo Fiori