Medicina e Morale
, 6 (1998), pp. 1117 - 1120Ancora sulle tentazioni eutanasiche
Le tentazioni eutanasiche cui la medicina è sottoposta - o che nascono nel suo stesso seno - sono millenarie e ricorrenti, fonte di turbamenti e di crisi di coscienza, ma alla fine sempre respinte dalla generalità della classe medica che mantiene tuttora intatto il rispetto all'antico giuramento ippocratico di non dare a nessuno, che lo richieda, "un veleno mortale".
Il nuovo Codice di Deontologia Medica pubblicato dalla Federazione Nazionale dei Medici Chirurgi e Odontoiatri (Fnomceo) nell'ottobre 1998 -sul quale questa Rivista si esprimerà in un prossimo numero - ribadisce in modo inequivoco questa posizione. Nel Capo V (Assistenza ai malati inguaribili), l'art. 36 (Eutanasia) stabilisce: "Il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare né favorire trattamenti diretti a provocarne la morte". E nel successivo art. 37 (Assistenza al malato inguaribile) mantiene posizioni di equilibrio sostanzialmente sovrapponibili a quelle a suo tempo assunte dalla Dichiarazione sull'Eutanasia della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede (1980): "In caso di malattie a prognosi sicuramente infausta o pervenute alla fase terminale, il medico deve limitare la sua opera all'assistenza morale e alla terapia atta a risparmiare inutili sofferenze, fornendo al malato i trattamenti appropriati a tutela, per quanto possibile, della qualità di vita. In caso di compromissione dello stato di coscienza, il medico deve proseguire nella terapia di sostegno vitale finché ritenuta ragionevolmente utile. Il sostegno vitale dovrà essere mantenuto sino a quando non sia accertata la perdita irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo". A questi principi si ispira il recente contributo del Prof. Migone (in Medicina e Morale 1998, 5: 935-968) che ha dimostrato, anche sulla base di una lunga esperienza clinica universitaria con tanti malati, la possibilità di fornire risposte mediche e sociali rispettose dei compiti e dei limiti della pratica medica.
Non può negarsi, tuttavia, che anche recentemente alcuni medici hanno esplicitamente dichiarato di non essere contrari, in determinate circostanze, ad accondiscendere a richieste eutanasiche da parte di loro pazienti. Né può tacersi, per obiettività, che pratiche eutanasiche siano state non di rado compiute proprio da medici od infermieri e che di esse è giunta notizia in vari modi, talvolta con esplicite dichiarazioni degli autori, altre volte attraverso il loro coinvolgimento in procedimenti giudiziari.
Il tema dell'eutanasia è notoriamente polimorfo e non è confinato alla morte pietosa provocata volontariamente o con l'omissione delle cure, od attivamente, con vari mezzi per anticipare la fine di un paziente che la chieda al suo medico perché non tollera più la sofferenza e non ha più alcuna speranza. Questa situazione è prevista nel codice penale (c.p.) italiano dall'art. 579 (Omicidio del consenziente) il quale punisce con la reclusione da sei a quindici anni "chiunque cagiona la morte di un uomo, con il consenso di lui"; ma prevede nel contempo l'applicazione delle disposizioni relative all'omicidio volontario (artt. 575-577 c.p.) "se il fatto è commesso: I. contro una persona minore degli anni diciotto; 2. contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un'altra infermità o per l'abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti; 3. contro una persona il cui consenso sia stato estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con l’inganno". Quale possa essere il valore del consenso di un malato che si trova in condizione di grave sofferenza psicofìsica, è facile immaginarlo.
Nel corso della storia altre motivazioni sono state invocate, di tempo in tempo, per la soppressione di individui ritenuti un inutile peso per la società, perché vecchi od invalidi. E a ben vedere, malgrado la differenza delle ispirazioni e motivazioni, vi è una comune radice nella pretesa da parte di alcuni uomini di decidere sulla vita di altri uomini. Che appare di massima evidenza nella cosiddetta eutanasia socio-economica, attiva o passiva, che già Platone aveva ipotizzato come mezzo necessario, da affidarsi ai medici, per il migliore funzionamento della Repubblica. Programmi analoghi si ritrovano, per limitarci a qualche altrettanto emblematico esempio, nelle idee di Francis Bacon - il suo Advancement of Learning è del 1605 - ed in quelle, di pochi decenni precedenti, di Thomas More, che nella sua Utopia (1516) ha suggerito un sistema organizzato di eutanasia con il quale i pazienti affetti da malattie dolorose e prive di speranza avrebbero dovuto essere consigliati dal comitato di sacerdoti a decidersi per una rapida morte mediante il suicidio o con l'intervento soppressivo diretto dell'autorità anche attraverso l'opera dei medici. Weissmann, nel 1882, ha ritenuto che la morte dell'anziano e perfino della donna e della persona priva di educazione scolare, sia priva di importanza per la società in quanto questi individui vivono su di un piano inferiore rispetto agli altri, meno creativo, quasi vegetativo. Osler, nel 1905, sotto l'influenza di queste concezioni, ha sostenuto che all'età di 40 anni sopravviene la perdita di creatività ed una relativa inutilità dell'individuo e nello stesso periodo il biologo Haeckel ha proposto che centinaia di migliaia di persone inutili fossero soppresse mediante avvelenamento. Di qui al programma nazista di salute razziale ed alle esecuzioni pseudo-eutanasiche di quel periodo ai danni di migliaia di pazienti affetti da malattie croniche, o da malattie mentali, sino alle perduranti persecuzioni etniche di questa fine secolo, il passo è stato breve ed ancora risuona sinistramente.
Ai medici, dunque, sono state formulate richieste non solo di causare la "morte dolce" in singoli pazienti, ma addirittura di essere il braccio secolare di progetti autoritari e delittuosi, senza che si possa comprendere perché dovrebbero essere di loro competenza: solo perché conoscono mezzi, per sopprimere i loro concittadini, meno appariscenti della ghigliottina? È questa la strada su cui inconsapevolmente ci si può incamminare se si accetta di mutare una scelta professionale in favore della cura dei malati e del loro sostegno nella sofferenza, in quella che legittimi addirittura il disporre della loro vita.
Indubbiamente la sofferenza dei pazienti terminali è coinvolgente ed il medico giustamente si interroga sui limiti della propria opera, sulla liceità morale dell'accanimento terapeutico di fronte ad una vita che si sta spegnendo. Si impone certo, in queste circostanze, il rispetto della dignità della morte, oggi oscurata perché avviene prevalentemente nelle fredde stanze degli ospedali. Ed è giusto, come ritengono in sintonia il documento vaticano del 1980 ed il nuovo Codice di Deontologia Medica del 1998, limitarsi in questi casi all'uso di terapie proporzionate all'obiettivo del semplice sostegno delle funzioni vitali, lasciando compiere il suo corso al processo naturale di conclusione della vita. Questa posizione ragionevole ed umana, che del resto è comune a tutti i codici di deontologia medica, è ben diversa dall'eutanasia medica attiva che ancora oggi udiamo riproporre in assenza di riflessioni sul profondo snaturamento dell'arte medica che ne conseguirebbe. Senza dire del clima di sospetto che si creerebbe intorno ai medici e del prevedibile loro ulteriore sconfinamento nell'area dell'eutanasia socio-economica che, negata unanimemente, già si realizza di fatto a causa dell'insufficienza e dell'ineguale distribuzione delle risorse per la sanità.
I medici non possono accettare né le proposte della Medicina Ideologica, e neppure quelle di legittimare la loro facoltà di dare ai pazienti una morte misericordiosa. La richiesta del paziente, od il suo consenso, ad una morte anticipata per mano del medico, oltre a non poter essere accettati perché vietati dalle norme vigenti in Italia, sono, estranei sia all'etica di tutte le religioni, sia alle antiche regole ippocratiche, tuttora pilastro intoccabile di una professione dedicata alla vita e che ha già esteso anche troppo i propri confini assumendosi poteri di intervento non strettamente terapeutici, cui la bioetica odierna tenta, spesso senza successo, di porre dei ragionevoli limiti.
Angelo Fiori