Medicina e Morale
, 1999, 6, pp. 1073-1086Woodall, G.J.
, The use of the condom to protect against the transmission of HIV in prisons(
English ver.)Quest'articolo è nato come risposta ad un problema morale pratico, cioè se sia lecito oppure no distribuire i preservativi ai carcerati in Inghilterra e in Galles affinché vengano così protetti dal pericolo di un eventuale contagio dal virus Hiv coloo che si diano ai rapporti genitali omossessuali. È stato proposto che il personale medico delle prigioni distribuisca i preservativi a chi li chiede. L'articolo prende in esame una serie di presupposti, gli uni articolati ed espressamente accolti, gi altri che rimangono taciti, forse mai direttamente considerati. Tra i primi si deve segnalare l'efficacia del preservativo quale protezione contro la trasmissione del virus tramite l'incontro genitale; la pretesa che la funzione dello Stato non siestenda alla sfera della morale privata, e, più esplicito in una risposta iniziale, l'idea che la coscienza morale della gente sia da rispettare. Gli ultimi includono l'opinione che ci sia, nondimeno, una responsabilità da parte delle autorità carcerrie per il benessere dei prigionieri, proteggendoli almeno dal contagio e che nella sessualità si tratta soltanto della morale privata; che la morale tocca le conseguenze dell' azione voluta, ma non il bene o il male intrinseco come tale. Qui si propne che il grado di protezione fornito dal preservativo sia sovrastimato; che una funzione implicita dello Stato e delle carceri sia di promuovere il bene comune; che quest' ultimo incorpora il dovere di aver cura dei prigionieri, soprattutto di color che sono i più deboli e i più vulnerabili. Benché una riforma complessiva dei carcerati non faccia parte delle responsabilità delle autorità carcerarie, si contende qui che sussista un obbligo a non danneggiarli o a non facilitare un loro danno. Inotre, vien preso in considerazione l'impatto della proposta sulla famiglia e sulla società. La proposta sembra minacciare il benessere dei prigionieri, la stabilità delle carceri, l'istituto del matrimonio, e la probabilità di un eventuale reinserimeno riuscito dei carcerati nella società. Favorire una prassi che è intrinsecamente immorale non può giustificarsi, anche se si faccia riferimento al principio del male minore. I diritti della coscienza e il dovere correlativo a rispettarla non rendon lecite prassi che per loro natura sono un male. Qui si sostiene che l'adozione di tali politiche proposte da enti sui quali cade l'obbligo riguardo allo Stato e alla società di difendere il bene comune sarebbe, infatti, sovvertire lo stesso bene comne per la promozione di ciò che è scandaloso.
This article arose as a response to a practical moral question about whether or not condoms ought to be distributed to inmates of prisons in England and Wales to protect those who indulge in homosexual, genital encounter from the danger of contagion rom the Hiv virus. The suggestion has been made that doctors in prisons should distribute condoms to those who ask for them. The analysis offered here examines a number of presuppositions, some of which are articulated and expressly embraced, othersof which remain tacit, perhaps never seriously entertained. The former includes the efficacy of the condom as a protection against the transmission of the virus through genital encounter, the notion that the role of the State does not extend to inteference in the sphere of private morality, and, more explicit in an initial response to the proposal, that people's consciences ought to be respected. The latter include the opinion that there is, nevertheless, a responsibility attaching to prison auhorities for the well-being of inmates, if only to protect them from contagion, that sexuality is a matter of merely private morality, that morality concerns what is consequential upon deliberate action, but not a question of intrinsic good or evil. It is argued here that the degree of protection afforded by the condom is over-estimated, that the implicit function of the State and of prisons is to foster the common good, and that this entails a duty of care for prisoners, especially for the weakst and most vulnerable. Although a thorough-going reform of prisoners is not the direct responsibility of prison authorities, it is argued that there is an obligation not to damage them or to facilitate such damage. The impact of what is contemplatedupon family and upon society is considered. The proposal envisaged would seem to threaten the well-being of inmates, the stability of prisons, the institution of marriage, and the likelihood of an eventual, successful rehabilitation of prisoners intosociety. To foment a practice which is intrinsically immoral cannot be justified, it is claimed here, even were the lesser evil argument to be invoked. Rights of conscience and the correlative duty to respect conscience do not legitimate practices wich are of their nature wrong. It is argued that the adoption of the policy proposed by bodies with a duty to the state and to society for the common good would in fact undermine the common good by facilitating what is scandalous.