Cottier G., Scritti di etica, Casale Monferrato: Piemme, 1994, pp. 415.

(Vincenza Mele)

Il testo di Cottier "Scritti di etica", per la profondita' dell'approccio e per le caratteristiche dei temi trattati, puo' a nostro parere essere ritenuto un testo di riferimento per i cultori della bioetica. L'autore, professore di filosofia presso le Universita' di Friburgo e Ginevra, direttore della rivista " Nova et Vetera", nonche' insigne teologo segretario della Commissione Teologica Internazionale, raccoglie i testi di alcune sue conferenze sui temi dell'etica medica svolte in luoghi e tempi diversi.

In modo molto singolare la trattazione degli argomenti si svolge spesso in risposta ad alcuni interlocutori fra cui in primis il Magistero della Chiesa e/o filosofi "bioeticisti" dell'area francofona quali J.F. Malherbe o P. Verspieren.

La Dichiarazione Persona Umana della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede ha dato l'avvio alle riflessioni che occupano i primi quattro capitoli. In queste pagine emerge l'analisi del concetto di persona come unità sostanziale che spiega il valore della sessualità umana (in opposizione alla concezione dualista), del concetto di libertà quale libertà creata e non assoluta in opposizione al liberalismo filosofico, del significato della virtù della castità (le virtù e i doni dispongono l'anima in modo stabile a corrispondere ai suggerimenti dello spirito che la orientano e la dirigono verso quel bene).

Il concetto di legge della gradualità, fondamentale ed indispensabilmente efficace per comprendere appieno l'Insegnamento del Magistero, pu= trovare riscontro e realizzazione sul piano della prassi mediante la pedagogia della virtù e la compassione pastorale.

In questa ottica Cottier affronta i temi della masturbazione, dell'omosessualità e delle relazioni prematrimoniali. Il pregio di queste pagine è offrire con chiarezza di idee ed espositiva un profilo dei significati ontologico e teologico della sessualità umana, coniugando con sapienza entrambi gli aspetti.

Nella prima parte del testo vengono altresì trattati i seguenti temi: i concetti di naturale ed artificiale e l'atto medico secondo l'ottica cristiana.

I concetti di naturale ed artificiale quali concetti guida dell'etica biomedica sono desunti dall'Enciclica «Humanae Vitae» e dall'Istruzione «Domun Vitae». La natura è intesa nel significato di creazione, esprime l'intenzione creatrice di Dio ed è oggettivamente normativa per l'agire umano; l'artificio è ci= che infrange la normatività etica oggettivamente inscritta nella natura. Nell'ambito della regolazione della fertilità esiste infatti una differenza essenziale fra l'usare legittimamente di una disposizione naturale e l'impedire il dispiegarsi dei processi naturali. Nell'ambito della procreazione artificiale certe pratiche sono da rifiutare perchè sostituiscono un processo di produzione all'atto intrinsecamente e specificamente umano della collaborazione responsabile dei genitori al dono della vita ad una nuova persona umana che suppone l'azione creatrice di Dio. L'etica delle virtù ed in primis della virtù della prudenza quale primum movens dell'atto medico secondo l'ottica cristiana rappresenta l'argomento del VI capitolo.

La seconda parte del libro affronta alcuni argomenti specifici di bioetica.

Il tema dell'aborto viene affrontato innanzitutto in riferimento all'ontologia dell'embrione umano: il feto prima e poi successivamente il bambino pu= umanizzarsi perché egli è ontologicamente un essere umano, l'umanizzazione avviene secondo l'adagio "diventa ci= che sei".

In altre parole ogni essere deve portare a maturazione mediante la sua attività intellettiva, affettiva, estetica, etica e religiosa le qualità umane che sono virtualmente presenti nel suo essere. Se il bambino per sviluppare la propria umanità e la propria personalità deve entrare in una vita di relazione è perché egli nel suo stesso essere ne è capace e lo richiede come un'esigenza insita nella sua natura.

Il tema dell'embrione umano viene ripreso nel capitolo sulla fecondazione «in vitro» a confronto con le posizioni di J. F. Malherbe, esponente storico della bioetica nell'area francofona.

Secondo Malherbe "l'umano è l'atto di ci= che si trova in potenza rispetto all'umanità... l'uomo è un essere dinamico, capace di autopoiesi nonchè tridimensionale, con una dimensione organica, una psichica ed una simbolica... il corpo psichico sta alla cerniera di due ordini quello biologico e quello linguistico... L'appello alla parola dovrebbe essere esteso regressivamente fino al momento in cui un organismo biologico appartenente alla specie homo sapiens è irrimediabilmente individuale cioè fino al momento in cui annidamento, differenziazione e perdita della totipotenza coincidono. Si situerebbe qui il primo momento d'esistenza dell'individuo in potenza rispetto all'autonomia, insieme all'avvio del processo d'attuazione di una persona umana.... Prima dell'annidamento ci sarebbe certo una vita organica appartenente alla specie umana, ma non ancora una persona umana in potenza rispetto a se stessa".

Malherbe, come giustamente fa notare Cottier, anche forse implicitamente, fa dipendere l'identità ontologica della persona dal potere di un altro attraverso l'atto della chiamata alla parola. Ma, replichiamo con il Nostro, un'identità personale non si fa essa o è o non è, anche se non è fenomenicamente percepibile.

Le posizioni di Malherbe sembrano peraltro collocarsi al'interno di una morale dell'incertezza: "non si sa molto bene come definire l'essere umano in quanto non solamente biologico. Allo stesso modo non si sa più tanto bene dove si situi l'inizio della vita umana; se alcune persone hanno al riguardo opinioni chiare, le rispetto ma esse non ottengono la mia adesione ne' quella della maggioranza".

Come giustamente fa notare Cottier l'opinione della maggioranza non è criterio di verità e la discussione razionale rimane sempre il metodo migliore per affrontare le dispute sul piano filosofico sull'identità dell'embrione umano, come su altri argomenti della bioetica. Sul tema dell'eutanasia uno degli interlocutori di Cottier è P. Verspieren: "grazie alle tecniche di rianimazione il medico pu= ormai assicurare per settimane e mesi la circolazione, la respirazione e l'escrezione e l'alimentazione di un organismo. Ma l'uomo continua a vivere o si assicura semplicemente il funzionamento di un uomo morto, con tutto quello che questo pu= comportare di offensivo e in termini di mancanza di significato? il coma «depassè» è di fatto uno stato di morte dell'organismo; la distruzione dell'insieme del sistema nervoso provoca l'abolizione di ogni coordinamento degli organi tra loro; il corpo non è più un insieme strutturato ma una giustapposizione di organi che solo dei mezzi artificiali possono mantenere in funzionamento. Il coma «depassè» non è quindi veramente un coma".

E dal punto di vista filosofico possiamo dire che la morte è già avvenuta, afferma Cottier. Nel coma «depassè», continua il Nostro, c'è giustapposizione d'organi mantenuti artificialmente in condizione di funzionare. Nel coma irreversibile, invece, c'è la perdita della vita di relazione, non è per= abolita la funzione di regolazione dell'organismo, mediante cure intensive le funzioni vegetative vengono conservate. Da un punto di vista filosofico, senza che la si privilegi arbitrariamente, la funzione di regolazione dell'organismo pu= essere considerata in quanto mantiene un'unità fra le funzioni come segno che l'anima continua a esercitare una sua presenza attiva. L'anima umana non è soltanto principio delle attività spirituali; assicura anche in quanto forma del corpo le attività animali e vegetative. Il fatto che solo queste ultime si manifestino pu= essere indice che essa non ha disertato l'organismo che le deve a sua coesione.

C'è da chiedersi a questo punto: il soggetto in coma irreversibile va trattato o on va trattato ?

Risponde Cottier: non è perchè i soggetto è già morto che è lecito non prolungare oltre il dovuto questo stato. La ragione è un'altra: perchè ha il diritto di morire in modo umano. Si mette fine a un intervento artificiale senza il quale la morte sarebbe da tempo sopraggiunta, secondo il corso naturale della malattia o dell'infermità; questo viene restituito alla normale evoluzione. Ci= che è interrotto non è la vita ma un rinvio provocato artificialmente di un processo irreparabile. Forse si obietterà, continua l'Autore, che non esiste differenza di grado tra l'omissione di mezzi medici straordinari e l'utilizzo di un'iniezione che provoca la morte o ancora tra una forte dose di calmante e una dose un p= più forte. La risposta è che a considerare ci= che va innanzitutto considerato e cioè la natura etica dell'atto, la differenza non è di grado bensì essenziale tra il lasciare che si compia un processo irreversibile che porta alla morte e il dare la morte.

Le posizioni di Cottier ci sembrano estremamente interessanti: in genere i sostenitori del'eutanasia passiva lo fanno in nome di un'antropologia che riduttivamente riconduce l'essenza della persona umana alla coscienza ed all'attività relazionale; egli, al contrario, lo fa in nome della "naturalità" del processo della morte. Ma il concetto di processi naturali e quello di straordinarietà di mezzi sono soltanto parzialmente oggettivi e vanno comunque riletti sulla base delle attuali possibilità tecnologiche: un tempo i soggetti in coma non sarebbero sopravvissuti, oggi possono sopravvivere. Il medico si trova oggi nella possibilità di poter prolungare la vita o di poterla spegnere decidendo di effettuare o non effettuare le cure di nutrizione, idratazione, ed assistenza del ricambio, avendo già deciso di non usare alcuna straordinarietà di mezzi.

Gli altri capitoli della parte II trattano della tossicodipendenza e dell'Aids.

Dal punto di vista concettuale ci= che emerge nella trattazione dei due argomenti è il concetto di libertà in opposizione al liberalismo filosofico.

La volontà positiva del drogato di procurarsi il paradiso mediante effrazione, non rispettando i caratteri della natura umana, implica una fuga di fronte a quella dimensione della libertà, che è farsi carico in modo responsabile di se stesso e del proprio essere. In nome di una libertà che sia innanzitutto rispettosa della dignità della persona l'Autore giustifica una presa in carico della società anche a livello di semplice individuazione dei soggetti non pericolosi. è proprio in nome della libertà autentica che viene rifiutato il permissivismo morale anche in riferimento al fenomeno Aids, in particolare alle campagne sull'uso dei preservativi con distribuzione gratuita ai giovani per evitare la trasmissione del virus. Si eviterà in tal modo qualche rischio di contaminazione, si contribuirà soprattutto a rafforzare nei giovani la concezione della sessualità che riduce quest'ultima alla ricerca di un piacere effimero, senza impegno responsabile da parte della persona. La sessualità senza rischi e banalizzata è una sessualità snaturata, sradicata dai fini che le sono propri. In questo modo si impedisce agli adolescenti cosi' liberati di raggiungere la maturità psicologica dell'adulto di cui hanno diritto.

Ci sembra di notevole significatività antropologica ed etica il fatto che Cottier proponga la libertà non come valore e potenzialità assoluti: l'esercizio della libertà è inscindibilmente coniugato non soltanto all'esercizio della responsabilità ma anche allo stato di dipendenza.

Il paradosso della libertà umana è questo: essa si afferma dentro ed attraverso le relazioni interpersonali, a cominciare dalle relazioni affettive. Ora chi dice qui relazioni, dice al tempo stesso dipendenze. Queste dipendenze sono la condizione per l'indipendenza e per l'autonomia che è insita come esigenza incoercibile nel cuore della persona e della sua libertà.La libertà non pu= affermarsi che dentro e mediante la relazione all'altro, che è di totale dipendenza nell'infanzia e che non perderà mai la dimensione di dipendenza.


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